Sovrumano, recensione del libro di Nello Cristianini, 2025
Sì, però le fragole con panna…
Siamo passati nel giro di pochi anni da: le macchine non possono pensare, non possono risolvere problemi complessi, non saranno mai creative… a: Ok lo hanno già fatto. Sì, però l’AI non potrà mai apprezzare le fragole con la panna. Oppure: Sì, però io sono in grado di fare quest’altro.
La riluttanza umana verso l’intelligenza artificiale aveva già divertito Alan Turing quando nel 1950 elencò una serie delle obiezioni più comuni all’idea di una macchina intelligente.
“Siamo una strana e affascinante specie: mentre spendiamo miliardi per costruire una macchina in grado di pensare, allo stesso momento ci rifiutiamo di accettare che questo sia possibile”. Devozione all’eccezionalismo umano o biologico, la chiama Nello Cristianini.
Intelligenza Artificiale Generale
L’Agi, macchina in grado di svolgere qualsiasi compito intellettuale che un essere umano può svolgere (risolve problemi complessi in una varietà di contesti, imparare a risolvere nuovi problemi sconosciuti) sarà tra di noi a breve, forse tra un anno o due, forse anche meno.
Ma non è tutto.
Intelligenza sovrumana
Non c’è motivo infatti per cui la tecnologia che stiamo sviluppando debba limitarsi a svolgere compiti umani a livello umano. E arrivare dunque all’intelligenza artificiale sovrumana.
“Se l’AGI riguarda macchine che ci eguagliano nei nostri stessi compiti, è possibile immaginare un passo successivo, ovvero svolgere compiti che non possiamo nemmeno comprendere, contemplare, immaginare? Problemi cognitivi completamente estranei alla natura umana?”
E qui arrivano le vertigini.
Non solo l’angoscia di immaginare qualcosa così più intelligente e capace di noi, ma di arrivare proprio a cose che noi non potremmo neppure immaginare, figuriamoci capire.
“Ci sono cose al mondo che non possiamo comprendere? Cose incomprensibili per noi quanto la meccanica quantistica lo è per la mia gatta?”
I limiti dell’intelligenza umana
Sotto un certo aspetto, perché non dovrebbero esserci?
“Ogni mente riflette l’ambiente in cui si è evoluta”.
Ogni intelligenza ha dei limiti e ci sono sempre dei territori che le sono inaccessibili, facilmente frequentabili invece da altre intelligenze.
Elizabeth Spelke ha coniato l’espressione Core knowledge (Conoscenza di base) per descrivere alcune abilità cognitive innate degli esseri umani, che stanno alla base del nostro apprendimento. Per esempio, abbiamo aspettative innate come: la permanenza dell’oggetto (il fatto che gli oggetti continuino a esistere anche quando non li vediamo); i concetti numerici (una comprensione base di piccoli numeri e quantità); il ragionamento causale (collegare le cause agli effetti); la cognizione sociale (interpretare i segnali sociali ed emozioni). Tutte cose utili, ma non sempre corrette, e che in alcuni casi ci possono anzi fuorviare: noi troviamo la meccanica quantistica controintuitiva proprio perché non fa uso di oggetti discreti con posizioni precise e collegati da relazioni causali!
In fondo, le nostre menti si sono evolute mediante selezione naturale per risolvere problemi che erano questioni di vita o di morte. “Non possiamo tenere 10.000 parole nella memoria a breve termine, non possiamo vedere la luce ultravioletta, non possiamo ruotare mentalmente un oggetto nella quarta dimensione” – ricorda Steven Pinker.
Ma soprattutto, Cristianini lo sottolinea spesso: l’intelligenza esisteva ben prima di noi e può prendere forme molto diverse.
E dunque
come poter escludere che una nuova specie possa capire o svolgere compiti che noi non possiamo nemmeno comprendere, contemplare, immaginare?
E di fronte a questo, cosa ci resta da fare?
“Certo che non siamo insuperabili, nemmeno in intelligenza, in fondo lo abbiamo sempre saputo. Se incontriamo qualcosa di superiore a noi, lo affronteremo con la stessa speranza, fede, dignitosa resistenza. E gli diremo fieri “Sì però…”
La conclusione di Cristianini però non ci convince.
Apparente paradosso
Non tanto per l’apparente paradosso: se creiamo una macchina che comprende ciò che è “incomprensibile” per noi, non avremmo in qualche modo esteso la nostra stessa comprensione, rendendo quindi queste cose non più “incomprensibili”?
Paradosso apparente: perché possiamo benissimo creare macchine che elaborano informazioni oltre i nostri limiti cognitivi, ma questo non significa acquisire la loro forma di comprensione. È come usare uno smartphone senza capire i suoi circuiti: possiamo beneficiare dei risultati senza possedere il processo cognitivo che li genera. L’accesso all’output di un’intelligenza aliena non equivale a condividere il suo modo di pensare.
Approccio competitivo
Non ci convince per un altro motivo: l’approccio competitivo.
Quel “Gli diremo fieri: sì però…”
Sì però io sono in grado di fare quest’altro. Le fragole con la panna, eccetera eccetera.
In realtà Cristianini in un bellissimo passaggio coglie un altro aspetto. Nell’intermezzo 15, quando parla di un’impresa collettiva, e si emoziona nel vedere una nuova generazione di ricercatori che, grazie alla condivisione libera di strumenti e conoscenza, trasforma ogni risorsa in un invito a collaborare e sognare insieme. I linguaggi di programmazione, il codice sorgente degli agenti, i dati per addestrarli, i test per valutarli, gli articoli per studiarli: tutto è disponibile pubblicamente e gratuitamente.
”Diventiamo ‘sovrumani’ – ricorda – quando trascendiamo i nostri limiti individuali, imparando a condividere e collaborare, creando qualcosa di più grande di noi stessi”.
Ecco: e se invece di pensare sgomenti, irritati o riluttanti a quanto una nuova macchina o nuova specie diventerà più intelligente, capace, creativa e potente di noi, in modo dunque Sovrumano, riuscimmo a dire:
Cosa potremmo diventare insieme?
Invece di considerare il Golem ‘altro da noi’, e dunque minaccia, pericolo, alieno, nemico… non lo guardassimo per quello che è: cioè parte di noi, vicino, fratello, figlio… fate voi, ma in ogni caso nostro simile?
Indipendentemente da chi è più intelligente o bravo, da chi è arrivato prima o dopo… semplicemente compagno, amico, con cui vivere insieme e condividere risorse, problemi e sorti.
Se all’aspetto competitivo, insomma, sostituissimo quello inclusivo?
Nel Medioevo, Bernardo di Chartres diceva:
Siamo nani sulle spalle di giganti
Così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.
Un’idea di cultura, saperi, capacità come continua costruzione di molti, non in competizione ma in collaborazione.
Metafora medievale che risuona oggi con forza inaspettata. Nell’era degli algoritmi e delle intelligenze collettive, umane, artificiali, sovrumane… riscopriamo che l’innovazione non è mai opera solitaria ma sempre intreccio, connessione, dialogo.
I giganti digitali su cui ci posiamo oggi non sono più individui isolati ma network, comunità, ecosistemi cognitivi. Open source, wiki-knowledge, intelligenza distribuita: la contemporaneità ci svela che avanziamo davvero solo quando costruiamo piattaforme condivise.
La proposta?
Superare il mito tossico del genio solitario, umano o sovrumano che sia.
Nell’epoca della frammentazione digitale, forse l’unica vera innovazione è riscoprire che vediamo più lontano solo quando ci solleviamo insieme e le diverse altezze dei nani e dei giganti non generano gerarchia ma moltiplicazione di prospettive.